11/05/2016

Il nostro futuro, tra difficile apertura europeista e illusoria chiusura nazionalista

Parlando di immigrazione, c'è un punto sul quale siamo tutti d'accordo: il fenomeno non può essere risolto a livello nazionale e, tanto meno, a livello locale. Convinzione comune che vale per almeno altre tre grandi questioni che ci riguardano da vicino: il governo della finanza, la tutela dell’ambiente e la difesa dal terrorismo, fenomeni globali che hanno un grandissimo impatto locale.

Dovrebbe quindi essere evidente a tutti che la possibilità di trovare risposte adeguate a questi problemi non possa che essere collocata a livello europeo. Assistiamo, invece, a una crescita dei nazionalismi che dichiarano di risolvere questi problemi dicendo di voler difendere gli interessi degli Stati nazionali.
E’ un fenomeno che va sotto il nome di “populismo” e che attraversa ormai tutti i sistemi politici occidentali, compresi quelli che sembravano esserne immuni, come la Germania e gli Stati Uniti.


I populismi, dunque, assegnano ai confini nazionali il compito di difendere la sicurezza di coloro che sono collocati al proprio interno, costruendo muri che diventano lo strumento fisico e simbolico per proteggere i cittadini dall’invasione degli stranieri (“barbari”, si sarebbe detto una volta) e dalle loro pretese.
La razionalità ci dice che si tratta di un’impresa impossibile, perché nessun Stato nazionale è più in grado di essere autosufficiente, se non al prezzo di un radicale declino economico, politico e sociale, cioè producendo meno sviluppo, meno democrazia e meno coesione sociale. Tuttavia le emozioni ci spingono decisamente nella direzione opposta.


Non possiamo sapere se Donald Trump diventerà presidente degli Stati Uniti e nemmeno se Angela Merkel avrà il consenso per governare ancora a lungo la Germania.
Quello che sta emergendo è un grande sconvolgimento delle tradizionali appartenenze ideologiche e coalizioni politiche, non più differenziate tra destra e sinistra oppure tra conservatori e progressisti, bensì tra nazionalisti ed europeisti. Questo nuovo scenario sul piano strettamente politico assume la fisionomia dello scontro tra sistemi totalitari e sistemi federali. In altre parole, si tratterà di capire se stiamo andando verso un mondo in cui le differenze (politiche, sociali, economiche, etniche, religiose, ecc.) saranno affrontate e governate attraverso la rigidità, l’esclusione e lo scontro, oppure attraverso la flessibilità, l’inclusione e la partecipazione. La prima ipotesi – più difficile e faticosa – porta ad alzare il livello di civiltà e di democrazia, e alla pace. La seconda – più facile e seducente – porta a chiudersi nei vecchi recinti e quindi alle dittature e alle guerre. Di cui l’Europa è stata teatro per molto tempo, ma di cui sembra essersene precocemente dimenticata.


Prima o poi questa contrapposizione finirà per assorbire tutte le altre e la dialettica politica sarà sempre più giocata su questo snodo fondamentale: una questione che non riguarda i massimi sistemi filosofici, ma la vita concreta di ciascuno di noi e dei nostri figli.


Franco Lorenzon
Segretario Generale Cisl Belluno Treviso